|
- Vogliono Uccidere l'Uomo Ragno
Fernando era fatto così; scriveva dei pezzi al limite dell'eseguibile e dopo un concerto, con la sigaretta in mano, era capace di dirmi: “cazzo Faustelli, quella notina però.....”. Io lo guardavo incredulo e lui comiciava a sghignazzare; era il suo modo di complimentarsi. Gli devo molto ed il privilegio di averlo conosciuto passa attraverso la tenerezza della memoria. Senza di lui non avrei intrapreso quel processo di de-perfezionamento rispetto alle concezioni accademiche del Conservatorio e, forse, non avrei letto uno dei libri cardine della mia formazione: Musica ed anarchia. Senza di lui non avrei capito cosa vuol dire andare dritti alla meta in un mondo dove i compromessi del fare, molto spesso, determinano il valore dell'arte e che gli spazi indipendenti sono i luoghi vitali del divenire e del molteplice. Senza le sue telefonate del sabato pomeriggio il rischio dell'omologazione sarebbe stato concreto e la parola libertà non avrebbe avuto seguito. Senza di lui non avrei mai riconosciuto gli sguardi complici di chi studia in solitudine convinto che la storia, quella che ti hanno raccontato e quella che vuoi raccontare, passa attraverso la consapevolezza della contemporaneità. L'amicizia ha fatto il resto. Senza di lui ho registrato questo disco; mi manca.
Quando, qualche anno fa, ho detto ai miei amici che avrei studiato il Concerto di Colonia, hanno storto tutti il naso. “Troppo rischioso”, è stata la considerazione comune. L'unico rischio che sono riuscito a scorgere è stato quello di affrontare un pezzo ancora “vergine”; senza una storia interpretativa. Ho cominciato a ricercare, a documentarmi e tutto quello che ho trovato è stato qualche filmato su Youtube (solo parte I e IIc) ed un paio di registrazioni su cd della parte IIc. Quello che in realtà cercavo era un'esecuzione completa; cercavo un pianista che avesse affrontato il TKC nella sua interezza, con tutte le problematiche conseguenti. Da qualche parte ci sarà pure, ma io non l'ho trovato. “Meglio così - mi sono detto- scalerò il TKC senza una via aperta, da apripista”. La mancanza di storia interpretativa, ho scoperto poi, non riguarda tanto me ma il pubblico che viene ad ascoltarmi; loro (parlo degli ascotatori) non hanno la mia visione prospettica basata sulla partitura (fraseggi, scelta dei suoni, accentuazioni, pedali, risonanze, segni a cui dare voce e cose di questo tipo). No, loro hanno stampato in testa -nota dopo nota- l'esecuzione di Keith; il disco per piano solo più venduto nella storia della discografia. Un mito! I fanatici del TKC mi sono simpatici; davvero. Lo considerano una specie di totem e ti raccontano storie di questo tipo: ascolto il TKC da più di trent'anni una o due volte al giorno, non lo tolgo mai dal lettore, il TKC è la colonna sonora del nostro amore, mi ha salvato dalla depressione e via dicendo. A dire il vero, su alcuni siti qualcuno di loro ha detto e scritto cose meno carine: ma come ti permetti, bel coraggio sfidare Keith, ma non si può suonare un pezzo nato come improvvisazione...... Malgrado questo non li trovo antipatici, meno simpatici si, ma non antipatici. Sono appassionati e questo basta per giustificare le loro scenate di gelosia. Prima dei concerti racconto la storia del TKC e cerco di comunicare loro le idee di Keith; una, in particolare, mi sembra fondamentale. Il pubblico del jazz, scrive Keith, è più interessato al cosa mentre il pubblico della classica è più interessato al come. Essere considerati musicisti poliedrici vuol dire anche avere un pubblico in grado di cogliere i due aspetti. Quindi, e questo lo scrivo io, ascoltare un altro pianista suonare un'opera in transito come il TKC presuppone la capacità di spostare la propria attenzione dal cosa (improvvisazione) al come (interpretazione); non è poi così difficile. Chi non fosse disposto a farlo, schiacci play e tutto rimarrà come è sempre stato.
Vogliono uccidere l’Uomo Ragno Motore di ricerca: Google Parole ricercate: piano competition “Glenn Gould” Clicco. Senza sorpresa osservo che ci sono diversi concorsi di pianoforte dedicati all’Uomo Ragno; anche in Italia. Chissà come sarà felice Glenn! Lo immagino con il suo sorrisetto sarcastico mentre con le mani in acqua calda e qualche scatola di pasticche sul lavandino, elabora una delle sue frasi famose: Sono convinto che la competizione e non il denaro, sia alla radice di tutti i mali”. Ed ancora: “I giudici tendono a non attribuire valore ai misteri inspiegabili della personalità, a denigrare quelle virtù di indipendenza di temperamento che sono il segno dell’autentico fuoco creativo… La minaccia insita nell’idea di competizione è che questa, nell’enfatizzare il consenso, faccia emergere quel mediocre nucleo di competenza, indiscutibile e facilmente attestabile, lasciando per sempre mutilati i suoi avidi e malconsigliati partecipanti, vittime di una lobotomia spirituale”. Concorso pianistico “Glenn Gould”. Suona bene - manco a dirlo - ma fa venire i brividi perché è come intitolare un fast food a George Oshawa (il padre della macrobiotica) oppure una multinazionale a Ivan Hillich, una scuola di paracadutismo a Ghandi o una sezione del Rotary a Leo Ferrè. Chissà come sarà felice Glenn! Non capisco se è ignoranza o senso dell’umorismo. Forse nessuno delle due. Credo ci sia una volontà, più o meno inconscia, di “accademizzare”, di “imborghesire”, di imbrigliare e far rientrare nei ranghi un personaggio scomodo che ha scardinato il concetto stesso di interpretazione, di essere pianista. Il primo tentativo fallito è stato quello di relegarlo in un contesto di eccentricità, di misantropia convulsiva e di singolarità ossessiva con il risultato di averlo mitizzato e rafforzato. Il messaggio strisciante è : niente paura, Glenn è uno di noi (noi inteso come loro, i competitivi). Chissà come sarà felice Glenn! La pericolosità dell’Uomo Ragno è evidente, basterebbe immaginare il mondo del pianoforte senza concorsi, senza competizioni, senza tripudio del conformismo, senza la polvere della tradizione interpretativa, senza i meccanismi di fuga dalla libertà e senza le accademie per comprendere lo sconvolgimento (anche economico) a cui si andrebbe incontro. Solo Samuel Butler in Erewhon aveva immaginato tanto.
Motore di ricerca: Google Parole ricercate: chissà come sarà felice Glenn Clicco! Conversioni Quello che mi piace della musica leggera, del rock e del jazz è la curiosità verso le nuove produzioni; una necessità. Sfornare un nuovo cd vuol dire avere qualcosa di nuovo da dire, nuove musiche da far ascoltare e nuovi testi in aderenza con l'evolversi dei contesti sociali. Tutto moderno, attuale; detto con una parolaccia: contemporaneo. Se analizziamo le produzioni discografiche della “classica”, scopriamo che vengono stampati molti più dischi di nuova musica che quelli di repertorio. Potrei citare diverse ed importanti case discografiche, in Italia e fuori, che pubblicano esclusivamente contemporanea. Questo significa che, in soldoni, ci sono più possibilità di registrare un cd con il repertorio contemporaneo che con Chopin o Beethoven; infatti, uno come me, ne ha registrati più di venti. Da questo semplice ragionamento scaturisce una nuova figura di pianista che chiamerò il “convertito per necessità”. I tratti identificativi sono: studi classici senza aver mai studiato un pezzo scritto dopo gli anni cinquanta, perfezionamento sul repertorio classico, concorsi a ripetizione (avendone vinti alcuni), biblioteca personale ricca di edizioni dello stesso spartito, assenza totale ai Festival di Nuova Musica e capacità di storcere il labbro ( in alternativa, il naso) ogni qualvolta ascolta una dissonanza. Tutto questo sino alla soglia dei trent'anni dove, quasi sempre, le illusioni finiscono e non si ha più nulla di significativo da fare. A questo punto i più scaltri si guardano intorno ed osservano che l'”alternativo” del Conservatorio (colui che ha avuto da sempre curiosità per il nuovo, colui, e mi cito, che ha suonato Berg e Berio all'esame di diploma, colui che ha studiato composizione e frequentato i compositori, colui che ha speso l'ira di Dio per partiture e dischi e così via) suona e lavora; e registra. La lampadina si accende e la conversione è vicina; per sopravvivenza, ma anche perchè “ certi autori” cominciano a non dispiacergli. Qualche prima esecuzione assoluta di qualche amico compositore incoraggia il tutto e la strada è tracciata. Li riconosci subito i “convertiti per necessità”: curano molto il “bel suono” (anche nelle Sonate della Ustolskaja o nei cluster a pieno gomito di Cowell), alzano la mano con grazia e polso morbido (un po' di antropologia del gesto pianistico non sarebbe male), fanno la faccia sofferente quando è più espressivo, sono più “freddi” e meno comunicativi (senza punto agogico sono persi) oppure cercano il punto agogico anche nelle Sonate ed Interludi di Cage (davvero, verificato di persona), considerano una grande trasgressione da raccontare andare in ferramenta per procurarsi roba per suonare (parlo del piano preparato), ti chiamano per sapere se rovinano il pianoforte quando si imbattono nello “string piano” ( boh, chiedi a Valli – è la risposta). Ma il vero identificativo è la capacità di invecchiare tutto quello che toccano; con molta serietà. Li riconosci anche per gli errori grossolani che fanno. Non parlo della semiotica della Nuova Musica, ma di cose banali tipo: ritmi aggiunti o, come in Kurtag, considerare terzina un semplice raggruppamento a tre di semicrome con pulsazione di croma (sentito di persona). Potrei continuare ma, per passare a cose più serie, credo che non ci si improvvisa interprete della Nuova Musica; il percorso è affascinante, ma arduo. Richiede tempo e studio; molto studio. E soprattutto una reale motivazione culturale senza la quale si sputtana il mondo altrui. FARE CON-TEMPORANEO “Non c’è niente di costante, salvo il cambiamento”. Occuparsi da interprete (nel mio caso da pianista) di musica contemporanea ed avere come luogo di provenienza culturale il Conservatorio o l’Accademia significa aver, più o meno, compreso e superato il campo d’influenza delle proprie radici culturali in una sorta di de-perfezionamento e di ridefinizione del concetto d’interpretazione. Non si tratta solo e semplicemente di affrontare opere e materiali musicali scritti nei nostri anni, ma soprattutto di definire un preciso atteggiamento sul come essere pianista oggi e sul come scegliere ed aggiornare il proprio repertorio. La capacità di scoprire relazioni nei cambiamenti sociali e culturali -il con- costituisce il nucleo intorno al quale si proietta un parametro fondamentale del “fare contemporaneo” e cioè, il saper cogliere la velocità dei cambiamenti stessi – il temporaneo-. La temporaneità del con porta la musica a reinventare se stessa e costringe l’interprete ad essere testimone dell’epoca a cui appartiene; è un collegamento tra l’opera (anche la più lontana) ed il proprio tempo, una connessione tra mondi, epoche e culture eterogenee. L’interprete, libero da vecchi retaggi culturali che lo vincolavano a stereotipi filologici e conservativi, è il medium tra il con e la temporaneità ed ha il costante dovere all’osservazione del cambiamento; la fluttuazione del punto di osservazione (forte antidoto alla routine) è il tratto di libertà dell’interpretazione che deve essere capace di rinnovarsi secondo le dinamiche delle mutazioni del proprio tempo. In questa ottica anche la prospettiva storica dei padri è cangiante; nei miei anni di formazione Anton Webern era considerato il “padre della musica contemporanea”, colui che aveva gettato le basi di tutto lo strutturalismo del dopoguerra. Oggi, se dovessi indicare dei padri, direi Debussy più di Webern, Satie più di Berg, Bartók più di Schöenberg; e per quanto riguarda i pianisti Glenn Gould, Keith Jarrett e Frederic Gulda mi sembrano coloro che hanno colto i grandi cambiamenti dei nostri giorni: globalizzazione ed identità culturali, passaggio dalla società del bisogno a quella della soddisfazione dello stato di bisogno, comunicazione e solitudine, società multietnica e mezzi di comunicazione, strutturazione e creatività. Se l’unica costante è il cambiamento, il divenire diventa un esercizio che mi coinvolge e distacca nello stesso tempo, una sorta di terra di nessuno dove la consapevolezza della momentaneità realizza la pienezza della contemporaneità, dove le idee vivono tempi ‘in progress’, dove tutto è ridefinibile e riscrivibile; compreso questo scritto.
|